Il rapporto fra governo e governati nel day two dell’Obamacare
Dopo una giornata spesa attorno ai conflitti di attribuzione e ad altre faccende procedurali, i giudici della Corte suprema sono arrivati ieri al controverso cuore della riforma sanitaria per valutarne la costituzionalità. Ci sono almeno due modi per formulare la domanda capitale alla quale i nove giudici devono rispondere.
22 AGO 20

Dopo una giornata spesa attorno ai conflitti di attribuzione e ad altre faccende procedurali, i giudici della Corte suprema sono arrivati ieri al controverso cuore della riforma sanitaria per valutarne la costituzionalità. Ci sono almeno due modi per formulare la domanda capitale alla quale i nove giudici devono rispondere.
Il primo, quello caro ai critici della Casa Bianca e agli avvocati dei 26 stati americani (più la National Federation of Independent Business e alcuni soggetti privati) che hanno scatenato il contenzioso, suona così: può lo stato costringere tutti i cittadini americani ad acquistare una polizza assicurativa, cioè una merce che si compra e si vende secondo le leggi del mercato? La formula inversa è: può lo stato punire qualcuno (nella fattispecie la multa equivale al 2,5 per cento del reddito annuo quando l’ammontare è superiore a 695 dollari) per il reato di “non acquisto” di una polizza? Quello del problematico crimine di inattività è l’argomento preferito da Randy Barnett, professore di ascendenza libertaria che insegna alla scuola di legge di Georgetown.
Negli ultimi due anni Barnett ha portato avanti in modo tanto veemente la sua linea argomentativa contro la riforma sanitaria nel dibattito pubblico che lo stesso avvocato che rappresenta l’accusa, Paul Clement, ha mutuato alcuni dei suoi ragionamenti. Il che ripaga gli anni di indefessa predicazione nel deserto.
A Obama, però, questa formulazione, che suggerisce fin dalla punteggiatura un abuso dello stato nei confronti delle persone, un’ingerenza indebita nell’intoccabile sfera delle scelte private, non piace per niente. Preferisce una sintassi più progressista: il Congresso può decidere di regolamentare il modo in cui i cittadini pagano la propria copertura sanitaria per rispondere a una crisi del mercato assicurativo? Messo in questi termini il problema cambia leggermente faccia e nella dinamica di queste giornate di discussione il modo di porre la domanda non è un dettaglio secondario. I giudici hanno già opinioni chiare attorno alla costituzionalità dell’Obamacare, difficilmente le cambieranno in sei ore di dibattitto; tuttavia l’affermazione di una certo modo di presentare il vulnus può avere un notevole peso giuridico e politico.
Clement ha detto recentemente che la concezione del potere federale alla base dell’Obamacare è “una rivoluzione nella relazione fra il governo e i governati”, e per l’ex Solicitor General di Bush il termine “rivoluzione” non ha nessuna accezione positiva. Ma più che il rapporto fra il potere esecutivo del governo e i cittadini, la riforma sanitaria incide sul rapporto fra il Congresso e il popolo; gli avvocati dell’Amministrazione hanno fatto leva sulla “clausola commerciale”, una vecchia norma che attribuisce al Congresso il potere di regolamentare il commercio che coinvolge vari stati americani. Un’assunzione capziosa secondo i repubblicani, tanto che lo speaker della Camera, John Boehner, due anni fa ha scritto il famoso paradosso secondo cui “respirare non è commerciare”.
In base all’interpretazione commerciale lo stato si attribuisce il diritto di imporre un “individual mandate”, un obbligo a livello individuale che fa culturalmente inorridire una nazione costruita attorno alla difesa delle libertà individuali. L’ordinamento del potere americano è un sistema di staccionate concentriche per frenare le intrusioni del potere federale. Di questi poli critici hanno discusso ieri i giudici, mentre fuori dal palazzo della Corte suprema i caravanserragli opposti di detrattori e sostenitori si sfidavano a suon di comizi e arringhe.
Mentre i quattro giudici liberal hanno dato l’impressione di essere solidi nella convinzione che la riforma sia costituzionale, “i conservatori sono scettici”, ha scritto Tom Goldstein dello Scotusblog, lettura obbligata per tutto ciò che riguarda la corte. E qui il treno di Obama è deragliato, per usare la metafora di Jeffrey Toobin, analista legale di scuola liberal che si è rimangiato le previsioni di un dibattito-passeggiata per la Casa Bianca.
A giudicare dalle due ore di ieri “pare che la legge verrà revocata”, ha detto Toobin dopo aver osservato che l’avvocato del governo, l’esperto Donald Verrilli, non è stato in grado di rispondere in modo convincente al fuoco di fila delle domande. Soprattutto quelle ficcanti di Anthony Kennedy, il voto oscillante della corte: il giudice nominato da Ronald Reagan ha insistito sul cuore dell’“individual mandate” e si è soffermato, come altri colleghi conservatori, sull’idea che lo stato imponga l’obbligo di comprare una polizza assicurativa.
Cosa impedirà allo stato di imporre l’acquisto di un’automobile o di certe verdure?, si chiede perplesso Kennedy. E con lui se lo chiede la maggioranza relativa degli americani che spera in una revoca dell’Obamacare.